Cultura dell’alternativa

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Il superamento dei test su animali è un obiettivo non solo in ambito cosmetico ma anche nella legislazione di riferimento del settore chimico, a partire dal REACH, che ne promuove la razionalizzazione o l’abbandono. Criticità e sfide
Costanza Rovida si occupa da anni di utilizzo di approcci alternativi a quelli in vivo per la compilazione dei dossier di registrazione REACH nella sua attività di consulente REACH presso Team Mastery. Di formazione chimica, ha lavorato in EURL-ECVAM fra il 2005 e il 2008 ed è a tutt’oggi attivamente impegnata in CAAT-Europe nel promuovere la ricerca e la divulgazione sulle alternative all’uso di animali.

In ambito REACH, il rapporto di ECHA 2017 evidenzia un certo ricorso al test in vivo anche per gli endpoint per cui i test in vitro sono già disponibili.
Far entrare nella routine dei laboratori il ricorso ai nuovi metodi senza animali è difficile; la situazione è migliorata dal 2016, quando ECHA ha iniziato a respingere le indagini in vivo inutili e a rendere obbligatorio ripetere gli studi adottando i test in vitro già disponibili. Succede però che, a fronte di richieste di integrazioni al dossier, da parte di ECHA, per endpoint più complessi con valutazioni di tossicità a dosi ripetute, le aziende eseguano di prassi i test in vivo. In realtà c’è ampio margine per giustificare all’Agenzia la scelta di evitarli nonché per procedere alle integrazioni attraverso strategie alternative: in vitro, in silico, read across, ecc. Queste ultime vengono accettate anche qualora i metodi non siano ancora validati, quando gli studi presentati sono affidabili dal punto di vista scientifico.

Costanza Rovida
Costanza Rovida

Intende dire che la cultura del test in vivo è dura da superare?
Ancora le sperimentazioni su animali vengono considerate la scelta più semplice, perché basta un test per ottenere il dato necessario, mentre le metodologie alternative richiedono sempre l’integrazione di diversi approcci, come per esempio avviene per la sensibilizzazione cutanea. L’apparente praticità tuttavia è a spese della scientificità, perché i risultati dei test su animali sono scarsamente affidabili quando estesi all’uomo e con grandi problemi di ripetibilità. Le stesse linee guida prodotte continuano a fare riferimento ai test su animali, come quella recente di ECHA/EFSA sugli interferenti endocrini: mentre viene considerata l’estensione all’uomo della tossicità rilevata sull’animale, non viene trattato il problema dell’incertezza che rimane quando non si riscontrano effetti sugli animali da laboratorio. Questo è riduttivo. Gli effetti sull’uomo potrebbero infatti manifestarsi in modo poco evidente o nel lungo termine e comunque rimane il problema della tossicità su altre forme di vita, come gli uccelli o le api, con ripercussioni evidenti, e talvolta drammatiche, per l’ambiente e per l’agricoltura. Quella degli interferenti endocrini, di fatto, resta un’area del tutto priva di strumenti di indagine, in quanto i vecchi test su animali forniscono informazioni spesso scientificamente poco attendibili.

Cosa manca per fare questo salto culturale?
Una prima criticità sta nella formazione a livello universitario, ancora insufficiente. Ne consegue un investimento in ricerca ancora non commisurato all’urgenza di disporre di adeguate strategie di indagine sugli endpoint complessi. Queste carenze, in Europa e ancor più in Italia, incidono poi sugli approcci dell’industria, perché le scarse competenze specifiche di molti laboratori di servizi conto terzi portano a un ricorso ancor oggi consistente ai test in vivo. Adottare i nuovi metodi implica cambiare apparecchi in laboratorio, costruire un nuovo know-how per il loro utilizzo e per l’interpretazione dei risultati ecc. Ma laboratori di analisi e CRO (Contract Research Oreganization) poco stanno investendo in tal senso e nell’aggiornare i propri protocolli per gli studi tossicologici, fondati ancora sulle obsolete metodologie su animali e sulla trasposizione dei livelli di tossicità dall’animale all’uomo secondo i vecchi algoritmi algebrici, purtroppo gli unici accettati in ambito regolatorio. Qui l’altra criticità: sarebbe, infatti, necessaria una spinta maggiore a livello politico e dell’opinione pubblica.

Vede un ruolo dell’industria cosmetica?
Il settore cosmetico potrebbe fare molto, perché ha già bandito i test su animali e perché sensibile agli aspetti di responsabilità sociale e sostenibilità. Vedo un ruolo di capofila per diffondere la cultura dell’abbandono dei test su animali, anche attraverso la leva della sensibilità del consumatore, ormai altissima. Le aziende cosmetiche potrebbero moltiplicare iniziative come il premio Lush, che promuove la ricerca sulle alternative all’animal testing, e anche spendersi pubblicamente su questi temi. L’industria cosmetica ne avrebbe un guadagno di immagine, sia in termini di etica sia di validità scientifica dei propri approcci.

Quale è la situazione della ricerca sulle metodologie alternative in Italia?
Finora l’Italia ha avuto un ruolo marginale. L’Olanda, per esempio, ha avviato una road map per bandire del tutto la sperimentazione su animali e il governo olandese sta ampiamente finanziando progetti. In Italia, invece, il Tavolo nazionale per le Alternative non ha ancora ricevuto l’attenzione del nuovo governo. Non mancano però importanti iniziative private, dal nuovissimo Centro Interuniversitario 3R, a Pisa, che vede la collaborazione di molti atenei, alla Scuola appena avviata all’Università di Parma in collaborazione con EFSA. Servirebbero però un disegno coordinato e i necessari finanziamenti pubblici.

La validazione dei metodi ai fini normativi è un’altra criticità…
Il processo di convalida dovrebbe cambiare sotto molti aspetti. In primo luogo, ha il grande limite di essere basato sul confronto con i metodi che usano animali, ma i test in vitro indagano il singolo meccanismo che provoca danni cellulari o tessutali e sono quindi scarsamente confrontabili con i vecchi metodi in vivo che rilevano un effetto tossicologico generale sull’animale. Proprio per la difficoltà di confrontare approcci tanto diversi, molti test alternativi promettenti non arrivano alla validazione. Un altro aspetto, su cui ECVAM sta lavorando, è che, individuato un metodo specie-specifico, quindi fondato su un meccanismo tipicamente umano, sarebbe necessario disporre di un insieme di sostanze di riferimento con effetto tossicologico noto, ma questi dati sulla tossicità per l’uomo mancano. Infine, e questo è forse il problema maggiore, questi metodi muoiono prima di essere sviluppati perché nessuno ha volontà e risorse da investire nella loro validazione.

Perché si investe così poco nella validazione di test che il mercato attende tanto?
Questa parte dovrebbe essere eseguita da chi sviluppa il metodo. Nei centri di ricerca, tuttavia, la priorità è la pubblicazione scientifica e inoltre mancano i finanziamenti per il lungo iter di validazione. Il trasferimento tecnologico, per esempio attraverso spin-off universitarie, è molto carente, in Italia e in Europa. Sarebbe invece un’economia virtuosa, in grado di impiegare laureati e valorizzare competenze specialistiche, che darebbe un contributo scientifico rilevante, con ricadute positive per la collettività e per l’industria. E avrebbe ottime possibilità di sviluppo considerando le crescenti pressioni per superare i test su animali: il Parlamento europeo, per esempio, ha approvato una risoluzione per promuovere l’estensione in tutto il mondo dell’animal testing ban per i cosmetici.

DIVULGAZIONE DEI METODI ANIMAL FREE: ATTIVITÀ DI ECOPA E CAAT
La ricerca biomedica senza uso di animali è il tema del congresso dell’Assemblea annuale di ecopa (Eurpean consensus-platform on alternatives), il 5 e 6 novembre all’Università Diderot di Parigi, con ampio spazio alle tecnologie degli organoidi e organ-on-chip, che secondo Costanza Rovida, nel comitato scientifico del congresso come membro di CAAT-Europe, rappresentano il futuro degli studi farmacologici e tossicologici per gli endpoint complessi. Il Center for Alternatives to Animal Testing (CAAT), con le sue due sedi presso la Johns Hopkins University di Baltimora e presso l’Università di Konstanz, si occupa di ricerca e di divulgazione sugli approcci animal free. CAAT-Europe, come rappresentante ecopa, è inoltre stakeholder presso ECHA, EURL-ECVAM, EFSA e nelle sedi in cui la materia dei test su animali viene trattata in ambito normativo. «Certamente si arriverà a superare i modelli di indagine tossicologica e clinica basati sui test in vivo –sostiene Rovida, -la tempistica è proprio legata al salto culturale indispensabile perché questa ricerca venga economicamente supportata e poi portata nella pratica quotidiana».

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