La formulazione dei prodotti solari sta attraversando una fase di profonda trasformazione, spinta dalla necessità di aggiornare protocolli valutativi ormai datati e di rispondere a istanze ecologiche sempre più urgenti. Il settore necessita oggi di nuovi standard che tengano conto dell’evoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni, integrando i requisiti del Regolamento 1223/2009 e della Raccomandazione 2006/647/CE con le nuove sensibilità ambientali.
Questi temi sono stati al centro di una sessione tecnica del 15° Incontro AIDECO Sun & Skin tenutosi a Roma lo scorso 12 marzo, che ha visto il confronto tra clinici, ricercatori e mondo industriale.
Efficacia e sicurezza: il nodo dei test in vivo
Il superamento dell’obsolescenza dei metodi di valutazione rappresenta oggi una priorità per il settore, come sottolineato dall’esperta di regolatorio Claudia Riccardi, membro AIDECO e docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
Secondo la relatrice, il nodo centrale risiede nella necessità di aggiornare protocolli ormai distanti dalle attuali sensibilità etiche e tecnologiche. Ancora oggi, infatti, la determinazione dell’SPF (per gli UVB) e della protezione UVA (basata sulla formazione di melanina) si affida a test in vivo su volontari. Questo procedimento, che prevede il calcolo della media della dose minima eritematogena tra pelle protetta e non, risulta eticamente discutibile poiché induce un piccolo danno cutaneo. La sfida della R&D è dunque orientata verso metodi alternativi che garantiscano la stessa precisione senza sacrificare l’etica.
Un aspetto cruciale rimane poi la resistenza all’acqua: per fregiarsi del claim “water resistant”, il prodotto deve mantenere almeno il 50% dell’SPF dopo due immersioni da 20 minuti, arrivando ai 40 minuti per il “very water resistant”.
Trasparenza e claim: oltre lo schermo totale
Sulla comunicazione al consumatore hanno fatto chiarezza la dermatologa Carolina Bussoletti e la cosmetolgoa Alessandra Vasselli, entrambe membri del Comitato Direttivo AIDECO, che hanno sottolineato come diciture storiche quali “schermo totale” o “total block” siano oggi considerate ingannevoli, poiché nessun prodotto scherma il 100% dei raggi.
Sono inoltre vietati i claim che promettono protezione per “tutto il giorno” (perché il solare richiede una riapplicazione ogni 2-3 ore) o che vantano la prevenzione del cancro. Sul fronte delle nuove terminologie, si distingue tra Broad Spectrum (protezione UV-A e B) e Full Spectrum (che include anche infrarossi e luce blu).
In ambito formulativo e clinico, cresce la distinzione tra: solare cosmetico, volto a prevenire danni generici, e dispositivo medico (DM), destinato a pazienti con cheratosi attiniche o fotosensibilità patologica, che agisce tramite azione fisica o meccanica.
La questione ambientale: filtri e barriera corallina
Il cuore della sessione tecnica, approfondito da Sonia Laneri, docente dell’Università Federico II di Napoli, è stato dedicato all’ecocompatibilità. Filtri organici e inorganici sono stati rinvenuti in tutti gli oceani, con impatti critici sulle barriere coralline di aree come Isole Vergini e Hawaii.
Questi ingredienti possono causare lo sbiancamento dei coralli e danneggiare le alghe simbionti (zooxantelle), riducendo la produzione di clorofilla. Le conseguenze si estendono alla fauna marina: residui di filtri sono stati rintracciati nel sangue dei pesci e nei mitili, entrando di fatto nella catena alimentare fino a essere rilevati in urine e latte materno umano.
Sebbene il riscaldamento globale e le microplastiche siano concause primarie, l’industria sta investendo massicciamente in test di ecotossicità per validare claim come “reef-safe”, che risultano opportuni solo se supportati da prove di reale biodegradabilità.
Sostenibilità e innovazione nei solari del futuro
Le prospettive per la prossima generazione di solari vedono un uso crescente di ingredienti naturali con proprietà antiossidanti e riparatori del DNA. Questi attivi offrono una protezione biologica aggiuntiva, fondamentale per limitare i danni dei raggi UV che superano la barriera dei filtri.
Il futuro della fotoprotezione, come emerso dai lavori, risiede tuttavia sempre più in un equilibrio tra biologia e chimica ambientale: un prodotto non più stagionale, ma parte della beauty routine quotidiana, orientato alla longevità cutanea e alla salvaguardia del patrimonio naturale.
La sfida è complessa: sostituire molecole impattanti richiede di ripensare l’intera architettura formulativa per non compromettere la fotostabilità e l’ampiezza dello spettro protettivo.











