Le certificazioni rappresentano oggi uno degli strumenti più utilizzati dall’industria cosmetica per comunicare il proprio impegno verso la sostenibilità. Marchi, standard volontari e sistemi di verifica indipendenti accompagnano un numero crescente di prodotti, ingredienti e aziende, offrendo garanzie relative a criteri ambientali, sociali e di governance.

In un mercato caratterizzato da filiere globali e da una crescente attenzione agli impatti associati alla produzione e al consumo, questi strumenti contribuiscono a rendere più trasparenti processi spesso complessi e difficilmente osservabili dal consumatore. Tuttavia, mentre la sostenibilità evolve verso una visione sempre più articolata e multidimensionale, emerge con crescente evidenza che nessun singolo schema certificativo è in grado di rappresentarne integralmente la complessità.

Un recente studio ha analizzato ventiquattro schemi di sostenibilità applicabili all’industria cosmetica, evidenziandone punti di forza, differenze e limiti[1]. Il risultato non mette in discussione il valore delle certificazioni, ma invita a riflettere sul loro reale campo di applicazione e sul ruolo che possono svolgere all’interno di strategie di sostenibilità sempre più orientate alla misurazione degli impatti.

Quello che il bollino racconta…

La diffusione delle certificazioni nel settore cosmetico riflette la crescente necessità di trasformare la sostenibilità da semplice dichiarazione di intenti a pratica verificabile. In un contesto nel quale consumatori, distributori, investitori e istituzioni richiedono livelli sempre più elevati di trasparenza, gli schemi certificativi hanno assunto il ruolo di strumenti capaci di ridurre l’asimmetria informativa che caratterizza le filiere globali.

Attraverso criteri predefiniti, procedure di audit e verifiche indipendenti, le certificazioni consentono, infatti, di rendere osservabili aspetti che altrimenti sarebbero difficilmente valutabili dall’esterno, come l’origine delle materie prime, le modalità di approvvigionamento, il rispetto di requisiti ambientali specifici o l’adozione di pratiche socialmente responsabili[1].

Lo studio evidenzia come gli schemi oggi disponibili coprano una pluralità di temi e rappresentino uno degli strumenti più utilizzati dalle aziende per integrare la sostenibilità all’interno delle proprie strategie operative. Il loro contributo non si limita alla comunicazione verso il consumatore finale, ma si estende alla gestione delle filiere e ai processi decisionali aziendali. Molte certificazioni hanno favorito l’introduzione di sistemi di gestione più strutturati, promuovendo una maggiore attenzione alla tracciabilità, alla raccolta dei dati, alla qualificazione dei fornitori e alla definizione di obiettivi misurabili. In numerosi casi hanno contribuito a creare un linguaggio comune tra i diversi attori della catena del valore, rendendo possibile il confronto tra pratiche differenti e favorendo una progressiva standardizzazione dei criteri di sostenibilità. La loro diffusione ha, inoltre, svolto un ruolo importante nel contrastare il greenwashing, poiché la presenza di requisiti verificabili e controlli esterni riduce il rischio che dichiarazioni ambientali o sociali rimangano prive di adeguato supporto documentale[1].

Non sorprende, quindi, che le certificazioni siano diventate sempre più rilevanti anche nei processi di procurement, nelle valutazioni ESG e nelle richieste provenienti dai retailer internazionali. In questo senso hanno contribuito a trasformare la sostenibilità da valore prevalentemente reputazionale a fattore concreto di gestione aziendale, capace di influenzare scelte operative, rapporti commerciali e strategie di sviluppo. Il loro successo testimonia la capacità di rispondere a una reale esigenza di credibilità e trasparenza, rendendo la sostenibilità più accessibile, comprensibile e verificabile lungo filiere sempre più complesse.

…e quello che il bollino non dice

Proprio il successo delle certificazioni rende necessario interrogarsi sui loro limiti. Analizzando ventiquattro diversi schemi di sostenibilità applicabili al settore cosmetico, gli autori hanno valutato la copertura delle diverse fasi della catena del valore, l’attenzione riservata alle dimensioni ambientali, sociali e di governance e la robustezza dei sistemi di verifica adottati. I risultati mostrano un panorama estremamente eterogeneo, nel quale ogni schema tende a concentrarsi su aspetti specifici della sostenibilità. Alcuni privilegiano l’origine e la gestione delle materie prime, altri gli aspetti etici e sociali delle filiere, altri ancora la governance aziendale o particolari requisiti ambientali.

Questa specializzazione rappresenta al tempo stesso un punto di forza e una limitazione. Se da un lato consente approfondimenti mirati, dall’altro produce una frammentazione che rende difficile ottenere una visione complessiva delle prestazioni di sostenibilità di un prodotto o di un’organizzazione. Lo studio evidenzia, inoltre, come la maggior parte degli schemi concentri l’attenzione sulle fasi iniziali della catena del valore, in particolare sull’approvvigionamento e sulla produzione, mentre risultano generalmente meno considerate le fasi di utilizzo del prodotto e soprattutto quelle relative al fine vita. Analogamente, le dimensioni ambientali tendono a essere rappresentate in modo più esteso rispetto a quelle sociali e di governance, che mostrano livelli di copertura più variabili. Ciò significa che due prodotti entrambi certificati possono essere stati valutati secondo criteri molto differenti e che la presenza di un marchio non consente necessariamente di comprendere l’insieme degli impatti associati al ciclo di vita del prodotto.

È proprio questa differenza tra conformità e sostenibilità a emergere come uno degli aspetti più interessanti della ricerca. Una certificazione attesta, infatti, il rispetto di determinati requisiti definiti da uno specifico schema, ma non equivale automaticamente a una valutazione completa degli impatti ambientali e sociali generati lungo l’intera filiera. Per questo motivo il settore sta mostrando un crescente interesse verso strumenti complementari come il Life Cycle Assessment (LCA), la Product Environmental Footprint e gli approcci di Sustainability by Design, che consentono di quantificare gli impatti associati alle diverse fasi del ciclo di vita e di identificare eventuali trade-off tra differenti categorie ambientali[2-4].

In questa prospettiva le certificazioni non perdono valore, ma vengono integrate all’interno di sistemi più ampi di misurazione e gestione della sostenibilità. Più che sostituire i bollini, gli approcci basati sul ciclo di vita ne completano la prospettiva, consentendo di osservare ciò che uno schema certificativo, per sua natura, non è in grado di rappresentare integralmente.

Bibliografia:

[1] Costa R, Martins AM, Ribeiro HM, Marto J. Sustainability Schemes in the Cosmetic Industry: Scope, Credibility, and Value Chain Coverage. Sustainability, 2026, 18(5), 2404;
[2] Razzouk K, El Khoury M. Integrating Sustainability into Cosmetic Product Development: A Review of Life Cycle Thinking and Eco-Design Approaches. Sustainability, 2025, 17(23), 10705;
[3] ISO 14040:2006 – Environmental Management – Life Cycle Assessment – Principles and Framework;
[4] ISO 14044:2006 – Environmental Management – Life Cycle Assessment – Requirements and Guidelines.

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