Nel panorama attuale della cura della pelle, la ricerca e l’innovazione tecnologica corrono veloci e portano sul mercato formulazioni dermocosmetiche che si ispirano sempre più alle procedure ambulatoriali. Questo sviluppo genera spesso zone d’ombra in cui il consumatore rischia di confondere la natura e la reale destinazione d’uso di un prodotto. Se ne è parlato al Congresso internazionale di medicina estetica di Agorà, durante una sessione promossa in collaborazione con AIDECO (Associazione Italiana Dermatologia e Cosmetologia). «Non possiamo scambiare un farmaco o un dispositivo per un cosmetico, seppur dermocosmetico», ha detto in apertura la coordinatrice, Alessandra Vasselli, cosmetologa e docente di Cosmetologia applicata all’Università Cattolica di Milano.

Tre categorie, tre regole differenti

Nell’Unione Europea la definizione è nell’articolo 2 del regolamento 1223/2009: il cosmetico è una sostanza o una miscela da applicare sulle superfici esterne del corpo, sui denti o sulle mucose della bocca, allo scopo di pulire, profumare, modificarne l’aspetto, proteggere, mantenere in buono stato o correggere gli odori. Il farmaco serve invece a curare o prevenire malattie, o a modificare funzioni dell’organismo con un’azione farmacologica, immunologica o metabolica. Il dispositivo medico, regolato dal regolamento europeo 2017/745, ha uno scopo medico ma non agisce con questi mezzi; può essere anche uno strumento o un software, e la stessa norma comprende alcuni prodotti senza scopo medico, come i filler.

Perché la distinzione è indispensabile

Confondere queste categorie non è solo un errore formale. Ognuna ha le proprie regole su valutazione della sicurezza, prove a sostegno dell’efficacia, formulazione ed etichettatura. «Stabilire la categoria precisa vuol dire sviluppare il prodotto in tutte le sue caratteristiche», ha spiegato Claudia Riccardi, biologa e docente di Cosmetologia applicata all’Università Cattolica di Milano. Per aiutare aziende e autorità di controllo a stabilire caso per caso se un prodotto è un cosmetico, la Commissione europea pubblica da anni un manuale sui prodotti di confine, i cosiddetti borderline.

Ispirati alla medicina estetica, ma in superficie

La dermatologa Carolina Bussoletti e la cosmetologa Benedetta Basso hanno passato in rassegna gli ingredienti più discussi. I dispositivi a micropunte, le patch a microconi e le spicole, minuscole strutture di silice estratte da spugne o prodotte in laboratorio, agiscono sullo strato più superficiale della pelle. Nel microneedling eseguito dal medico, invece, gli aghi possono arrivare al derma.

Gli esosomi, vescicole con cui le cellule si scambiano segnali, sono studiati soprattutto per la guarigione delle ferite. Sul loro uso cosmetico i dati vengono quasi solo da studi di laboratorio, e non esiste nemmeno una denominazione specifica nell’INCI: in etichetta si legge “esosomi di mela” o “di goji”, nell’INCI un generico estratto.

Per farli arrivare nel derma, in medicina estetica i sieri vengono applicati dopo il microneedling: una pratica che ripropone proprio la questione dei confini discussa nella sessione. «Se abbiamo frammenti di DNA che codificano per una proteina, è difficile pensare a quel tipo di esosoma come a una componente cosmetica», hanno osservato le relatrici.

Lo stesso vale per i PDRN, frammenti di DNA ricavati da salmone e trota o da piante. Le relatrici hanno citato uno studio in cui una crema con PDRN, applicata su metà viso per quattro settimane, ha ridotto le rughe del contorno occhi più di una crema al retinolo. I peptidi cosiddetti “botox-like”, come l’argirelina, cercano di imitare l’effetto della tossina botulinica, ma con un meccanismo diverso e agendo solo sulle rughe d’espressione.

Per tutti questi ingredienti le prove sono limitate. «Come tutti gli ingredienti cosmetici, abbiamo molti dati in vitro, pochi dati in vivo», hanno spiegato le relatrici. Gli attivi, inoltre, devono superare la barriera cutanea «ma rimanere sempre nell’epidermide, perché il cosmetico non può andare oltre». Tra cosmetico e procedura medica i meccanismi d’azione possono somigliarsi, ma i risultati no: il cosmetico, hanno concluso, agisce «a un livello molto più superficiale».

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