Competenze ecologiche per prodotti sostenibili

Cinzia Corinaldesi, docente di Applied Marine Ecology nel corso di laurea internazionale di Biologia Marina presso il Dipartimento di Scienze e Ingegneria della Materia, dell’Ambiente ed Urbanistica (SIMAU) dell’Università Politecnica delle Marche.

Come vede, dal suo punto di vista, i percorsi formativi universitari delle figure professionali della filiera cosmetica che, attraverso il loro lavoro nell’industria chimica, porteranno sul mercato, e quindi nell’ambiente, tanti prodotti di largo consumo che avranno un impatto sia ambientale sia climatico?
Premetto che sono un’ecologa e le mie ricerche sono volte a comprendere le conseguenze degli impatti antropici e dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi. Negli ultimi 10 anni ho avuto la possibilità di collaborare con aziende cosmetiche perché sono sempre più interessate alla produzione di prodotti per la cura del corpo che siano realmente eco-compatibili. Dagli anni ’80 a oggi l’Ecologia ha fatto tantissima strada ed è diventata sinonimo di qualcosa di “sano”, “equilibrato”, “pulito”. In realtà l’Ecologia è una disciplina vera e propria che studia come funzionano gli ecosistemi, le relazioni tra ambiente e biodiversità e come questi si influenzano a vicenda. A queste relazioni sono legate condizioni come le concentrazioni di ossigeno costanti in atmosfera, ma anche il ciclo dell’acqua, la produzione di cibo, la detossificazione delle sostanze inquinanti e il riciclo dei rifiuti. Generalmente il percorso formativo suggerito per coloro che vogliono diventare cosmetologi è quello basato su una laurea triennale a indirizzo scientifico e, più frequentemente, in Chimica e Tecnologia Farmaceutiche, per poi proseguire con una specializzazione in Cosmetologia. Per quanto a mia conoscenza, in questi percorsi l’Ecologia, come settore scientifico disciplinare, è completamente assente. La tossicologia ambientale e lo studio delle normative per la valutazione di impatto ambientale non rappresentano l’Ecologia e non ci permettono di capire se un prodotto è eco-compatibile. Anche i corsi di laurea più innovativi, potenzialmente adatti alla formazione di esperti cosmetologi, riguardanti non solo le tecnologie farmaceutiche ma anche l’eco-sostenibilità, stranamente non includono nel percorso formativo l’Ecologia. Purtroppo, non solo in questo settore: basti pensare ad esempio alle lauree in Italia in Ingegneria Ambientale, che non sempre includono un corso di ecologia nel loro percorso formativo. Credo che questa grave lacuna dipenda dalla mancanza di una cultura ecologica e ambientale. Per assurdo, nonostante la crisi climatica ed energetica in corso, la perdita di biodiversità e di habitat del nostro pianeta e nel mezzo di un percorso di transizione ecologica, queste problematiche sono più gestite da esperti di fisica, chimica e molto raramente da ecologi.

Cinzia Corinaldesi

Quali sono le conseguenze?
Il risultato è quello di fornire una visione distorta e insufficiente a risolvere i problemi che abbiamo di fronte. E la cosa peggiore è che ciò accade anche nell’istruzione, penalizzando molto la formazione di base degli studenti e delle figure professionali di settori che, oggigiorno, dovrebbero avere un bagaglio conoscitivo realmente ecologico per contribuire di più allo sviluppo di prodotti eco-compatibili e sostenibili.

Su quali aspetti in particolare serve, al cosmetologo, un bagaglio più alto e trasversale alle discipline?
La valutazione dell’impatto dei prodotti cosmetici sia in termini di composti chimici e di materiali (che vengono usati ad esempio nel packaging) sta diventando sempre più un settore scientifico e industriale di grande rilevanza, sia a causa del loro uso massivo e dell’impatto che possono avere sull’ambiente e sulle componenti biologiche che lo abitano, sia in termini di sostenibilità delle risorse naturali che vengono sfruttate. Ad oggi, come è noto, le aziende cosmetiche hanno il dovere di identificare e gestire i rischi legati alle sostanze che producono e commercializzano e si avvalgono di test chimici, tossicologici e di biodegradabilità. Tuttavia, anche semplicemente leggendo cosa viene dichiarato sulle confezioni dei prodotti personal care commercializzati, è possibile constatare che spesso le informazioni fornite sono insufficienti, ambigue o non comprensibili e con dichiarazioni sbagliate circa la loro compatibilità ambientale. Probabilmente questo dipende da una lacuna anche a livello legislativo e di certificazione di qualità dei prodotti che di fatto permette il green washing. Per esempio, mi capita di valutare prodotti per la cura personale definiti eco-sostenibili le cui dichiarazioni di prodotto risultano incomplete e poco credibili: ingredienti ottenuti da fonti di approvvigionamento improbabili come acque vulcaniche sottomarine; confezioni definite ecologiche perché contengono meno plastica ma che non riportano il tipo di materiale di cui sono fatte (per esempio se si tratti di plastica biodegradabile); dichiarazioni su test eseguiti sul prodotto in “condizioni di vita marina” che sono prive significato se non vengono dichiarati quali test e l’ente scientifico indipendente che li ha effettuati; dichiarazioni non chiare e incomplete sulla biodegradabilità. Come questi prodotti possano definirsi “eco-sostenibili” resta un mistero lasciando propendere per un approccio più vicino al green washing, che a mio avviso nasce sempre dalla mancanza di conoscenza ecologica unita a interessi di marketing.

Come provvedere oggi a migliorare il livello di conoscenze degli addetti dell’industria? Come dovrebbe cambiare l’offerta delle università?
Credo che per poter migliorare la conoscenza e la formazione dei futuri cosmetologi ed esperti del settore cosmetico e di conseguenza dei prodotti sviluppati, sia necessaria maggiore formazione in Ecologia e migliori competenze in ambito di sostenibilità Ambientale che dovrebbero essere inserite all’interno del percorso formativo universitario non solo di cosmetologia ma nella maggior parte dei corsi di laurea. Ovviamente è possibile, anzi indispensabile, la collaborazione delle aziende con ecologi, biologi e laureati in Scienze Ambientali. Ma oltre a questo, credo che il punto cruciale sia la crescita di una cultura ecologica e ambientale nei consumatori, così che possano scegliere meglio i prodotti da acquistare e che, se ad esempio sulla confezione viene dichiarato che il contenitore di un prodotto è biodegradabile in un mese in acqua di mare artificiale, non significa che l’intero prodotto sia eco-sostenibile. I termini “eco-compatibile” e “sostenibile” non possono essere confusi con “biologico”, “biodegradabile”, “organico” o “naturale” perché l’Eco-compatibilità e la Sostenibilità sono concetti ben precisi e per poterli dichiarare su una confezione di un prodotto è necessario che vengano effettuati dei test e delle valutazioni rigorose da parte di esperti indipendenti dall’azienda che produce il prodotto stesso. Per questo e per poter veramente contribuire alla transizione ecologica è necessario che la conoscenza ecologica venga ampliata a tutti i livelli, da chi consuma a chi scrive le leggi.

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