L’articolo è uscito sul numero di dicembre 2025 di Kosmetica

Parte funzionale e spesso irrinunciabile del cosmetico, il packaging deve oggi integrare gli aspetti di sostenibilità, rispetto a cui vive una forte pressione normativa e del mercato. I rifiuti da imballaggio sono un problema e il legislatore europeo mira a ottenerne il calo.

Rientra in questi scopi la pubblicazione del Packaging and Packaging Waste Regulation 2025/40, che introduce per tutti i tipi di confezione obblighi di riduzione, eliminazione di elementi multipli o superflui e limitazione di volumi vuoti. È altresì spinta la riciclabilità by design dei materiali, tramite facilità di separazione dei componenti e compatibilità effettiva con i flussi esistenti.

Inoltre, mentre impone per alcuni settori obiettivi definiti di riutilizzo tramite refill e vuoto a rendere, si focalizza sulla plastica, vietandola per alcuni contenitori monouso e obbligando a una quota di riciclato post-consumo negli altri usi; si aggiungono divieti per le plastiche oxodegradabili e per additivi pericolosi o che possono ostacolare il riciclo dei polimeri.

Ulteriori obblighi riguarderanno l’etichettatura ambientale, la responsabilità estesa del produttore, la tracciabilità. Definita la roadmap di applicazione dal 2026, l’obiettivo generale è ridurre del 5% il totale di imballaggi nell’Unione Europea entro il 2030 e altrettanto nei successivi due lustri, un traguardo tutt’altro che modesto visto che la loro quantità aumenta in misura superiore a quanto venga effettivamente riciclato.

Questo regolamento si aggiunge al quadro già delineato nell’ultimo decennio di politiche europee con la spinta verso un’economia circolare, nei prodotti e nelle modalità di consumo, e con gli obiettivi di decarbonizzazione che l’UE intende concretizzare anche attraverso la promozione di materiali rinnovabili e biobased.

Di come questi temi impattino il mondo beauty parliamo con Paolo Minelli, responsabile della divisione mPackting, che nell’ambito di Minelli Group è dedicata al packaging cosmetico. Esponente della quarta generazione di questa storica azienda familiare che, in provincia di Bergamo e negli Stati Uniti, produce componenti in legno massello per diversi settori industriali, Paolo si forma in ingegneria applicata all’energia nucleare e lavora per qualche tempo all’estero. Tre anni fa il rientro in Italia, per occuparsi del business familiare.

Quali tendenze percepisce nel segmento masstige riguardo al packaging cosmetico?
Il masstige è decisamente orientato alla sostenibilità e, ovviamente, alla qualità.
In termini di tendenze, questo si traduce, in primis, in una tematica di materiali. Il lusso, anche nella sua declinazione meno esclusiva, è sempre più interessato ai materiali naturali, per il loro prestigio e per la loro eleganza. Su questi aspetti, il legno è emblematico e di tendenza. Lo sono anche altri materiali premium, come il vetro. Inoltre, alcune bioplastiche sono apprezzate per la loro natura innovativa e in quanto materiali biobased e compostabili. Un aspetto altrettanto importante è l’ecodesign. La richiesta è risolvere alcune contraddizioni viste finora nell’uso di materiali naturali. Un esempio sono i componenti in plastica spesso incollati ai tappi in legno della profumeria: quando non sono separabili rendono il materiale non differenziabile, una mancanza di coerenza che non sfugge all’attenzione del consumatore e dei brand. È un problema che noi risolviamo, per esempio, con inserti in sughero: questo nobile materiale merita grande attenzione come risorsa rinnovabile, che non comporta l’abbattimento delle piante da cui viene prelevato.
C’è infine da parte di aziende sia piccole sia grandi una ricerca di innovazione nella supply chain, la cui importanza ai fini della qualità e sostenibilità del prodotto è sempre più riconosciuta. Si tratta di tendenze che ho potuto constatare anche esponendo al Luxe Pack Monaco 2025, la fiera dedicata al packaging premium che ha dato primaria importanza all’ecoinnovazione, sia nei materiali sia nel design.

Quali sono le esigenze del mondo cosmetico per quanto riguarda la supply chain?
C’è una più chiara consapevolezza dell’importanza della catena di fornitura per conseguire obiettivi di riduzione dell’impronta ambientale. Riscontriamo, per esempio, un crescente interesse nelle filiere corte italiane o europee. Anche se apparentemente si hanno costi maggiori rispetto ai grandi competitor sul prezzo rappresentati dagli attori asiatici, in realtà, si tende a considerare più attentamente i rischi collegati ai lunghi tragitti, non solo in termini di costi ambientali, ma anche di ritardi nelle consegne, blocchi doganali, minori possibilità di controllo sui fornitori. Non poche imprese, grandi gruppi e brand, a conti fatti, preferiscono optare per filiere corte, controllate e certificate come chiave per la sostenibilità. Dal punto di vista dei fornitori, serve lavorare su prodotti pronti all’uso ma facilmente personalizzabili e orientati alla qualità.

Che ruolo vede per il packaging di legno in cosmetica?
È un trend in crescita. Le persone chiedono sostenibilità e naturalità e nel legno questi aspetti sono visibili e tangibili. Se di provenienza certificata da gestione responsabile, il legno è una risorsa rinnovabile. Inoltre, interpreta quei trend oggi spinti dalla normativa, come il tema del refill, promosso nella logica dell’economia circolare. Il presupposto perché funzioni è la bellezza del packaging primario, che deve essere percepito come un valore dal consumatore affinché sia motivato a mantenerlo e ricaricarlo. Il legno è uno dei modi per proporre i ricaricabili, opportunamente abbinato a materiali idonei per il confezionamento primario, come il vetro o i materiali biobased soprattutto se compostabili.

I compostabili si stanno affacciando in cosmetica come imballo primario…
Questi materiali sono sostenibili in termini di origine, di fine vita, di economia circolare e riduzione dell’inquinamento da plastiche e microplastiche. Certo, al momento costano, perché devono essere messi a punto con molta ricerca per ottimizzarne le performance funzionali, il processo produttivo e l’industrializzazione. Rappresentano però una delle soluzioni ai problemi dell’inquinamento da rifiuti, a patto che vengano coniugati a un design intelligente e a una corretta comunicazione del loro conferimento al compostaggio. Sono un’alternativa alle plastiche tradizionali. Per queste ultime, il problema è che solo una piccola parte delle plastiche riciclabili viene poi effettivamente riciclata. Il reale riciclo comporta non solo una filiera consolidata, efficace nel differenziarle e con tecnologie atte a separare i diversi polimeri, ma anche consumatori che ne attuino un conferimento corretto, processi sperimentati nonché player attivi nel campo dei materiali di seconda vita; non ultimo aspetto, volumi di materiale compatibili con la scala industriale e un mercato orientato ad assorbire i materiali da riciclo. Solo per alcuni polimeri esiste tutto questo e oggi la normativa spinge per eliminare quelli non effettivamente riciclabili, ma ci vorrà tempo. Intanto, i quantitativi di plastiche riportati al ciclo produttivo sono molto inferiori a quelli prodotti da materia prima vergine (circa il 10%), mentre ingenti quantità di rifiuti plastici purtroppo finiscono nell’ambiente, con il pesante inquinamento che ne consegue.
Per queste ragioni i biobased compostabili sono guardati con interesse dal mercato. Come produttori, li riteniamo una valida soluzione, tanto che proponiamo una famiglia di nostre bioplastiche, di origine completamente naturale, a cui mescoliamo circa il 30% di trucioli di legno da sottoprodotti di altre lavorazioni. Ne otteniamo un materiale compostabile, certificato TÜV, che unisce la biotecnologia con concetti di upcycling. Presenta performance funzionali paragonabili a quelle dei polimeri plastici tradizionali e può essere utilizzato in monomateriale oppure in combinazione con componenti in legno o sughero per un pack di origine naturale e industrialmente compostabile.

Il futuro dei materiali biobased rimane circoscritto alla nicchia allargata del masstige?
A mio parere il legno sarà sempre una nicchia, ma destinata a crescere in misura significativa. Il legno in generale non può essere destinato alla confezione primaria. Sarà sempre un accento di stile: chiusure, rivestimenti, decorazioni, anche in ottica di refill. Diverso è il discorso per le plastiche biobased compostabili, destinate a ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel mercato, soprattutto con l’assestarsi della tecnologia. Il concetto che deve accompagnare tutti gli imballaggi, al di là del posizionamento della mia azienda, che si occupa di legno e di bioplastiche compostabili, è quello del materiale giusto in un’ottica di ecodesign. Il futuro del packaging primario è una combinazione di tante soluzioni, tra cui i materiali riciclabili come il vetro, che può rappresentare una soluzione in determinati casi, oppure i biobased compostabili. Senza, tuttavia, disdegnare per determinate esigenze la plastica riciclata. Con la consapevolezza che non esiste il materiale ideale: la confezione deve essere il miglior compromesso fra funzione, estetica, design e sempre di più, e con pari importanza, impatto ambientale.

 

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