Buoni per l’ambiente, buoni per l’economia

Il sovrasfruttamento delle risorse naturali a livello globale impone un diverso modo di pensare l’economia: i modelli circolari. Il modello economico attuale, che promuove una crescita lineare, è evidentemente autodistruttivo in un sistema con risorse limitate come quello terrestre. Il concetto di sostenibilità, a cui l’industria si sta orientando, deve essere inquadrato in una logica di economia circolare, la cosiddetta bioeconomia. Francesco Bertolini, docente di Public Management and Policy presso la SDA Bocconi di Milano, spiega come il fatto di porre al centro del business gli aspetti ambientali possa rappresentare per le imprese anche un’opportunità per migliorare la competitività.

Come dovrebbe evolversi il concetto di sostenibilità in economia?
La sostenibilità si realizza solo quando c’è equilibrio fra le risorse prelevate dall’ambiente, gli scarti immessi e la rigenerazione delle risorse stesse: prelevando più di quanto l’ecosistema produce e accumulando rifiuti è inevitabile maturare un debito ambientale, e i debiti prima o poi si pagano. Al momento si parla molto di sostenibilità e responsabilità sociale di impresa, ma ancora prevale la vecchia concezione che vede l’impresa orientata al profitto e le esternalità a carico della collettività, in un’economia fondata su modelli di crescita illimitata. Si iniziano però a vedere sistemi che tendono alla circolarità, come il riciclo dei rifiuti, che reimmette i materiali nel processo produttivo. Non è però completamente efficiente, perché ancora produce scarti inutilizzabili: la vita dei materiali si allunga, ma non tutto può rientrare nell’ecosistema. In bioeconomia, invece, tutto ruota intorno alla ricerca dell’equilibrio fra prelievo e rigenerazione ambientale, evitando produzioni i cui scarti non possono essere riassimilati dai viventi. Per tornare all’esempio dei rifiuti, le bioplastiche compostabili rispondono a un’ottica di circolarità, in quanto prodotte da materie prime rinnovabili e in grado di tornare a nutrire i sistemi viventi nel fine vita. È chiaro che questa logica è più facilmente applicabile quando parliamo di agricoltura, silvicoltura, ecc. ma per altri tipi di produzioni è complicato o impossibile. La sfida è ridurre il ricorso a materiali e produzioni che non rientrano in una logica di circolarità a favore di sostituti che la soddisfano; al contempo devono cambiare gli stili di vita, il modo di concepire lo sviluppo e l’economia nonché il modo di fare impresa.

Gli aspetti della sostenibilità sono considerati ancora opzionali nell’industria?
Questo avviene di riflesso al fatto che ancora il tema ambientale è marginale nel dibattito economico e politico. Crescita, sviluppo, PIL sono i parametri su cui si fonda il sistema economico, anche nei paesi in via di sviluppo, nella convinzione che sfruttare le risorse naturali sia l’unica via per contrastare la povertà. Servirebbe invece costruire modelli che migliorino il benessere delle popolazioni umane senza compromettere la conservazione degli ambienti naturali e della biodiversità, da cui dipendiamo strettamente. Trasformare la biodiversità in qualcosa che sia percepito come un valore anche dove le priorità sono la fame e le emergenze sanitarie è complicato; una sfida che non si vince con le normative. La sola pressione normativa, infatti, porta le imprese a dover competere con chi opera in paesi con standard etici e ambientali meno rigidi. Al contrario, bisogna creare modelli virtuosi che siano desiderabili per tutti. L’Italia, per esempio, è riuscita a fare della propria cultura, cibo e stile di vita un riferimento. Potrebbe fare altrettanto per il rapporto con l’ambiente: un modello apprezzato e imitato in tutto il mondo.

Quali spinte muovono questo cambiamento per le imprese?
Gli obblighi normativi, i risparmi sui costi produttivi, spesso associati all’eccellenza ambientale, e la sensibilità del mercato, sempre più orientato a prodotti ecosostenibili, spingono le imprese a investire nell’innovazione ambientale. Succede però che solo alcune imprese adottino un modello imprenditoriale fondato sull’eccellenza ambientale, mentre molti dichiarano un impegno a cui non segue un vero cambiamento.

Nell’ottica dell’economia circolare deve cambiare il modello di gestione?
Finora l’approccio è consistito nell’aggiungere l’elemento ambientale alla propria gestione: miglioramento degli impianti, sostituzione di ingredienti poco ecologici, packaging a impatto ridotto, ecc. Tutto continua a girare intorno agli aspetti economici ma con qualche attenzione all’ambiente; è la logica dei sistemi di gestione. Questo è positivo, ma difficilmente porterà a cambiamenti significativi. Nel green management, invece, è l’equilibrio con l’ambiente che fonda e guida le produzioni e il business.

Come distinguersi sul mercato?
Lavorare sull’affidabilità del brand è spesso la scelta vincente, che costruisce quell’autorevolezza che aumenta il valore del brand. Infatti, oggi il consumatore è molto influenzato dall’autorevolezza del marchio e dell’imprenditore. Si costruisce con un serio lavoro che parte a livello territoriale, con l’obiettivo di diventare un modello riconosciuto di innovazione nel senso della sostenibilità. Questo ha grande valore e, inoltre, è più facile da comunicare rispetto alle certificazioni o al bilancio ambientale.

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Prof. Francesco Bertolini, docente di Public Management and Policy presso la SDA Bocconi di Milano

Nel settore cosmetico, gli investimenti nell’innovazione ambientale possono portare vantaggio competitivo?
Il cosmetico è su molti aspetti assimilabile al food, per il quale il beneficio ambientale è associato a un beneficio diretto per il consumatore: il cibo risulta più sano se viene prodotto secondo pratiche che rispettano l’ambiente e il vantaggio è personale. Per i prodotti non food, invece, il beneficio dei plus ambientali è collettivo, meno motivante rispetto a quello individuale. Il cosmetico, come il cibo, entra direttamente e intimamente in contatto con la persona, per questo le aziende cosmetiche hanno la grande opportunità di muovere nel consumatore una sensibilità che associa l’eccellenza ambientale a un beneficio personale. Nel settore cosmetico osserviamo che le scelte rivolte all’eccellenza ambientale più facilmente si trasformano in opportunità di mercato.

Su cosa dovrebbero puntare le PMI nell’orientarsi alla sostenibilità?
Proprio le PMI mostrano spesso un impegno forte sui temi della sostenibilità e la qualità ambientale può diventare un elemento molto caratterizzante. Per questo tipo di prodotti vedo molto interessante il legame con il territorio, come avviene per alcuni alimenti, come il miele. Ogni area del nostro paese produce tipi diversi di miele monoflora che riflettono quel territorio. Credo che, in modo analogo, la piccola e media impresa cosmetica potrebbe raccontare il territorio italiano e la sua biodiversità attraverso i prodotti di bellezza. La cosmetica può creare un modello di Made in Italy nel beauty and personal care, trasferendo la bellezza del territorio italiano alla bellezza della persona. Il settore cosmetico potrebbe trovare nel food e nella connotazione territoriale un traino potente quanto quello della moda.

ECONOMIA CIRCOLARE E COESIONE FRA IMPRESE
La coesione ha un ruolo importante, non solo a livello di filiera verticale (fornitori, produttori e mercato di un certo settore), ma anche a livello orizzontale. Il coordinamento fra imprese appartenenti a filiere diverse che puntano all’eccellenza ambientale porta infatti a importanti risultati, perché i loro stakeholder sono gli stessi: uno shampoo ecologico venderà bene in canali specializzati per prodotti con connotazione green, insieme al cibo biologico o ai prodotti equosolidali. Filiere di settori diversi che si muovono insieme verso nuovi mercati, per esempio proponendo le eccellenze di un territorio, tracciano una strada promettente che vale la pena di percorrere e su cui si è fatto ancora poco.

di E. Perani