Cosmetici solidi, fra sfide tecniche e barriere culturali

Nel filone della cosmesi ecologica, il trend dei cosmetici solidi è sempre più affermato. Senso Naturale è una azienda di Santarcangelo di Romagna che sulla cosmesi solida ha puntato tutto, con l’intento di portare sul mercato prodotti fabbricati con materie prime vegetali e non inquinanti e confezionati in un packaging leggero e plastic free. Visione, sfide tecniche e mercato di questa cosmesi da Anastasia Sidorova che, in collaborazione con Antonio Amatucci e Nicola Paesini, ha fondato Senso Naturale.

Anastasia Sidorova con Antonio Amatucci e Nicola Paesini hanno fondato l’azienda

Senso Naturale produce solo cosmetici solidi: quali riscontri avete dal mercato?
Il mercato dei cosmetici solidi è in forte espansione. Questi prodotti iniziano infatti, a suscitare un pubblico sempre più vasto, grazie ad alcuni aspetti legati alla praticità e alla sostenibilità, essendo privi di imballaggi in plastica, – futuri rifiuti, e formulati senza ingredienti inquinanti. Non contenendo acqua, il solido realizza una cosmesi di soli attivi, conseguentemente di maggior durata. Inoltre, comporta un risparmio dei costi ambientali dovuti ai trasporti: una quantità di energia davvero rilevante spesa per distribuire formule che, per esempio nei detergenti tradizionali, contengono fino all’80% di acqua. La crescita dei solidi riguarda anche l’offerta: fino a 3-4 anni fa solo pochi attori storici proponevano referenze solide, soprattutto nella categoria shampoo e balsami per capelli. Oggi invece questa cosmesi è in crescita, trasversalmente ai canali, con anche proposte da parte delle grandi corporation internazionali: shampoo, balsami ed alcuni detergenti sono arrivati fino alla GDO.

A quali fattori è legata un’ulteriore espansione dei solidi sul mercato?
Questa fase espansiva è strettamente legata alla qualità dei prodotti. Quando sono di buona qualità i prodotti solidi hanno una efficacia del tutto paragonabile, se non superiore, ai cosmetici tradizionali. Per contro, essendo una categoria ancora nuova, qualora il consumatore si imbattesse in un prodotto scadente potrebbe bollare di scarsa efficacia l’intera categoria. È quindi una fase molto delicata per questo mercato e risulta cruciale puntare sulla qualità. Ci vuole però competenza, molta ricerca, molte prove per mettere a punto skin care, scrub, detergenti sofisticati, perfino per gli shampoo, su cui c’è maggiore esperienza. Noi abbiamo impiegato più di un anno per un siero viso. Un aspetto fondamentale è sviluppare expertise sulle formulazioni solide per farle bene: credo che per i piccoli attori sia opportuno specializzarsi. Noi abbiamo fatto questa scelta. In realtà, abbiamo escluso di fare i prodotti tradizionali soprattutto come scelta etica, perché desideriamo dare un contributo alla salvaguardia dell’ambiente. Ed è molto diverso rispetto al fare una scelta solo per questioni di business: il mercato richiede il cosmetico solido ma, al fine di contribuire alla transizione ecologica, fare una linea di solidi in mezzo a tanti prodotti convenzionali ha poco senso.

Intende dire che servirebbe una scelta più decisa da parte delle aziende?
Sì, e non solo i brand ma anche e soprattutto le aziende di materie prime. Noi vogliamo portare in forma solida tutte le formulazioni che adesso richiedono confezioni di plastica; quindi, portare sul mercato prodotti che in questo momento non ci sono. Serve un forte orientamento alla ricerca ed innovazione da parte di tutta la filiera perché il solido sia una valida alternativa: se infatti non risultasse altrettanto funzionale, gradevole e divertente da usare, il consumatore finirebbe per non acquistarlo.

Quali sono le criticità dal punto di vista tecnico?
Le difficoltà sono molte, a partire dal reperire materie prime che si prestino a questo tipo di cosmesi. Pochi fornitori le producono e la crescita di questo mercato può portare ad interruzioni delle forniture. Un altro problema è la formulazione solida con ingredienti naturali che comporta qualche limite e qualche studio tecnico in più. Per ottenere le nostre formulazioni serve monitorare attentamente le novità dai fornitori che in questa fase sono ben più rare rispetto all’offerta di ingredienti convenzionali. Inoltre, continuiamo a cercare soluzioni creative ed ecologiche per il minimo packaging necessario. Un esempio è la nostra confezione in sughero che assolve anche alla funzione di proteggere il prodotto nel bagno del consumatore. Avremmo potuto rivolgerci a diversi materiali riutilizzabili, ma abbiamo voluto fare una scelta locale, a favore di un prodotto artigianale, proveniente dalla Sardegna, che ha il senso di sostenere una coltivazione e un’arte caratteristica di quelle terre. È un materiale nobile, durevole, compostabile nel fine vita e che non comporta l’abbattimento della pianta. Creare prodotti che funzionino, texture gradevoli e di facile utilizzo richiede molte prove soprattutto quando si intende inserire solo materie prime con basso impatto ambientale quando rilasciate. Per esempio, è difficile trovare ingredienti 100% biodegradabili fra i condizionanti, una vera sfida, perché le performance dei siliconi sono una sfida. E sulle performance dobbiamo essere molto esigenti perché questi cosmetici ecologici devono lasciare lo stesso eccellente risultato dei prodotti convenzionali. Tutto questo influisce sul prezzo al pubblico che è giocoforza maggiore per il maggior lavoro e per i prezzi superiori delle materie prime.

È il prezzo la principale barriera ad una diffusione più estesa dei solidi?
Il prezzo di vendita aumenta non solo per i costi produttivi ma anche perché il prodotto è molto più concentrato ed equivale a diverse confezioni di prodotto convenzionale. Questo per il consumatore ancora non è completamente chiaro: anche perché il consumatore non è poi così pronto al prodotto solido. L’impreparazione riguarda anche la fase d’uso: la quantità da utilizzare è minima ma l’abitudine alle emulsioni può comportare qualche spreco. Da qui la necessità di accompagnare il consumatore ad un uso corretto servendosi di un’idonea comunicazione e creando la cultura dell’utilizzo di questi prodotti innovativi. Altre barriere sono la reperibilità sul mercato e la resistenza al cambiare abitudini a cui si aggiunge la diffidenza verso ciò che è innovativo, che può essere accentuata da esperienze poco soddisfacenti.