Processi a basse emissioni: la sfida del 2030

Fabio Iraldo, ordinario presso l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Considerando gli obiettivi dell’Unione Europea al 2030, in quale modo le imprese dovrebbero farsi carico della loro parte di responsabilità in materia di decarbonizzazione?
Per quanto molti investimenti abbiano costituito nel nostro paese leve molto efficaci per la decarbonizzazione, soprattutto in fatto di energie rinnovabili, questi investimenti non saranno sufficienti a raggiungere gli obiettivi ambiziosi posti dalla Commissione. È infatti limitativo affrontare il problema solo dal punto di vista della transizione energetica, perché una parte significativa della sfida riguarda i processi produttivi low carbon, che molte PMI non sono mature a sufficienza per poter implementare, senza uno stimolo forte da parte delle politiche. Il ruolo delle istituzioni, in un sistema come quello italiano, è fondamentale per guidare la transizione. Lo sforzo da compiere, da parte dell’industria, è ancora decisamente rilevante. A tale proposito è opportuno sottolineare come il concetto di decarbonizzazione inteso dalla Commissione Europea sia strettamente legato a un rinnovamento del parco tecnologico che porti alla diminuzione effettiva delle emissioni prodotte. Deve essere quindi superato l’approccio alla decarbonizzazione basato su meccanismi di offsetting, che prevede compensazioni attraverso uno sforzo per lo più monetario a sostegno di iniziative esterne all’impresa, alla sua filiera e al suo business. Compensare emissioni ancora presenti nel proprio sistema produttivo finanziando programmi di riduzione altrove è un approccio debole e poco incisivo per una vera transizione climatica. Il nuovo sistema produttivo, che tutti devono concorrere a costruire, deve permettere a tutti gli attori, anche i più piccoli, di investire nei propri processi produttivi per decarbonizzarli in senso proprio: “mitigando”, ovvero diminuendo le emissioni di gas serra di quei processi.

Prof. Fabio Iraldo – Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Come procedere in misura sostanziale nel percorso di riduzione delle emissioni?
In questo momento la maggior parte delle aziende sta effettuando interventi molto basilari, senza avere la consapevolezza di quale sia l’ammontare delle proprie emissioni e come queste siano distribuite nell’ambito della propria attività, dalle fonti emissive dello stabilimento a quelle distribuite lungo la propria filiera. Questo comporta il rischio di intervenire su aspetti della propria attività che non sono i principali contributori al cambiamento climatico. Serve, invece, un impegno strutturale che deve partire dall’attivarsi nella valutazione delle proprie fonti emissive, per poi attivare una profonda innovazione dei processi atta a ridurle. Solo a quel punto, per le emissioni non evitabili si può pensare a una compensazione, che tuttavia non deve avvenire attraverso scelte di comodo nell’offerta degli scambi volontari di quote di carbonio basati sull’offsetting. Ben più significativo è lavorare sulla propria filiera, secondo un meccanismo di insetting, analizzando come cooperare con i propri partner o con il proprio territorio per migliorare l’impatto dell’intera supply chain. Questo tipo di analisi può dare risultati molto più incisivi perché individua gli anelli deboli della catena di fornitura e su quelli interviene, per esempio, supportando le PMI fornitrici nell’implementare a loro volta la decarbonizzazione.

Per quanto riguarda il settore cosmetico?
Anche nel settore cosmetico osserviamo aziende consapevoli già attive sul fronte dei processi, dei prodotti, del packaging e anche del traino della propria filiera. Tutto questo è positivo ma ancora episodico, quando, al contrario, dovrebbe diventare il modo di fare business. Per accelerare la presa di coscienza e una più consistente transizione ecologica, un ruolo rilevante può essere svolto dall’Associazione di categoria. In un settore compatto come quello cosmetico, potrebbe essere interessante creare studi e approfondimenti a livello di comparto, che aiutino gli associati a capire quali sono gli aspetti critici del proprio sistema produttivo. Per esempio attraverso linee guida per categoria di prodotti, in cui vengano valutati i processi produttivi, lo stabilimento, le opzioni di packaging, il peso della supply chain, a creare una griglia che poi le singole aziende potrebbero declinare nella propria realtà per arrivare a una diagnosi e per poter, su questa base, intervenire per conseguire un buon livello di decarbonizzazione.
Sarebbe anche interessante capire come il contributo dell’intero settore possa pesare sugli obiettivi di riduzione delle emissioni del nostro paese, attivando un’azione collettiva che avrebbe ricadute sostanziali in primo luogo per il comparto stesso. Questo sarebbe particolarmente importante in vista dell’attività della Commissione Europea volta a individuare target critici nei diversi stati membri, rispetto a cui i governi nazionali dovrebbero declinare politiche a supporto della transizione ecologica. In questa prospettiva, per le aziende cosmetiche la vera minaccia non è costituita da eventuali obblighi futuri, bensì da mancate opportunità. Così come abbiamo visto che il mercato ETS (Emission Trading Scheme), per quella parte del sistema industriale europeo che ne è assoggettato, sta portando notevoli ricavi a chi ha avuto la lungimiranza di investire nella riduzione delle emissioni e, per contro, molte preoccupazioni a chi non si è attivato per migliorare la propria impronta di carbonio, analogamente vedremo, nel breve-medio termine, che le aziende attive nella decarbonizzazione potranno cogliere più rapidamente dei loro concorrenti tutta una serie di opportunità.

Quali opportunità?
Ne vedo soprattutto due. La prima consiste nell’acquisizione di fondi pubblici finalizzati al contrasto al cambiamento climatico, per esempio sotto forma di agevolazioni fiscali, finanziamenti al rinnovamento di impianti, digitalizzazione, efficientamento. La seconda è l’attrattività, che riguarda in particolare le aziende che stanno facendo un percorso di crescita e quindi necessitano di finanziamenti per linee esterne. Le aziende orientate alla riduzione delle emissioni saranno molto più attrattive sul mercato dei capitali, una tendenza favorita da un contesto che vede una potente trasformazione del sistema creditizio -istituti bancari, società di gestione del risparmio, fondi di investimento- a cui già oggi, attraverso l’applicazione della cosiddetta “Tassonomia UE”, viene richiesto di dimostrare che una quota sempre crescente del loro portafoglio di investimenti si rivolge ad aziende che esprimono prestazioni virtuose in vari aspetti sociali e ambientali, tra cui appunto la decarbonizzazione.

Un commento al PNRR: quali opportunità e quali criticità rispetto agli obiettivi 2030?
Da quanto reso noto finora, sicuramente ci saranno molte opportunità rilevanti per le imprese, anche in considerazione dell’entità dei fondi che verranno erogati. La maggior parte delle risorse sembra essere indirizzata soprattutto a proseguire un percorso che era già in atto nelle politiche nazionali, fondato su due cardini di azione: il primo è l’impiantistica per la gestione dei rifiuti, il secondo è l’efficienza energetica, incluso lo sviluppo delle rinnovabili. Questo orientamento è certamente positivo, ma suscita la perplessità di vedere la parte più consistente delle risorse indirizzate in questo senso, mentre solo una piccola parte degli investimenti verrà indirizzata all’innovazione tecnologica e gestionale dei processi produttivi delle aziende. Non è sufficiente, infatti, a mio parere, efficientare i processi produttivi attuali: il salto di qualità risiede invece in una profonda innovazione di tutti i processi lungo le filiere. Perché gli impatti derivano anche dalle interazioni di filiera, dall’utilizzo di carbonio nei processi produttivi, dalla mobilità delle merci, ancora legata in Europa per il 50% alla gomma. Un ulteriore aspetto riguarda l’economia circolare, a cui sono destinati 600 milioni di euro dei 23 miliardi destinati all’industria: un investimento esiguo rispetto alla visione dell’Europa, che vede nell’economia circolare il cambio di paradigma economico e che per questo dovrebbe diventare il modo ordinario non solo di progettare e produrre le merci, ma anche di distribuirle, di smaltirle e perfino di consumarle. Proprio il tema del consumatore, infine, rappresenta un altro limite del PNRR. A fronte del fatto che tutto il pacchetto del Green Deal europeo mette al centro il consumatore e il consumo consapevole, sottolineando per esempio il diritto alla riparazione, la trasparenza dell’informazione sulle prestazioni ambientali, ecc. nel PNRR questa parte è praticamente assente. In un’Italia in cui la sensibilità è in crescita, come dimostra la recente pubblicazione della Carta del Consumo Circolare a cui hanno lavorato insieme tutte le associazioni nazionali dei consumatori, questa mi sembra un’occasione persa.

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